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Tra silenzio e desiderio

Tra silenzio e desiderio

Scale mobili di un centro commerciale sullo sfondo come manifestazione di un perenne movimento, di una realtà decisionale difficilmente statica. La voce off tendente alla mestizia di una donna musicalizza i dettagli visivi di piccoli riti quotidiani, come stendere il rossetto sulle labbra. Sono movimenti dettati dal rigido attenersi a una pratica abituale piuttosto che alla consapevole scelta di un fare, di un agire.

Sono questi piccoli segnali uniti a carrellate sulle luci notturne della città, a ralenti che tentano ancora una volta di immortalare la ricorsività del quotidiano che occupano i primi minuti della pellicola. Nina, unica protagonista del film, vero e proprio centro sia di indagine psicologica che di motore dello svolgersi narrativo, è stata lasciata dal marito. La solitudine che ne deriva la conduce in una prima fase verso un cupo dolore, abbagliato da scoppi di pianti che tentano invano tramite innesti di presente su flashback (esemplare la scena in cui Nina si sdraia a guardare La prima notte di quiete – Valerio Zurlini, 1972 – col marito) di intervenire sugli sbagli del passato. Queste sfasature temporali (compresa quella iniziale, nella quale avevamo il flash forward del rientro a casa di Nina) si stagliano splendidamente sui silenzi che occupano lo spazio vitale della donna. Anche quando lei deciderà di dare una forte virata al suo vivere, reimpostando l’ordine degli inizi, il silenzio occuperà sempre una posizione di primo piano: nell’assordante atmosfera caotica di una discoteca la protagonista si accorge della presenza di un uomo che ha sbagliato locale. Lo seguirà, fino a incontrarlo e ad andare a letto con lui: per l’intero corso della sequenza i due non si parleranno. Il silenzio diventa così fattore di controllo dominante.

Nella seconda parte del film e della vita di Nina tutto ciò sembra venire meno. La sfrontata ricerca del piacere, della soddisfazione incontrollata del desiderio, la portano a conoscere uomini di diverso tipo, pur con il sempre presente tentativo di incontrare nuovamente l’uomo senza nome della sera della festa del suo compleanno. L’intensità drammatica della prima parte lascia il posto prima occupato dal silenzio a un fiorire di colorate macchiette comiche (l’insegnante di ginnastica, l’inserviente portinaio dell’hotel). Il ritrovato sorriso della donna invade la scena diegetica fornendo un forte cambiamento negli stili di enunciazione filmica.
A primo acchito sembrerebbe che la prima parte del film sia stata in grado di raggiungere un’intensità più elevata rispetto alla stereotipizzazione della seconda metà. La ricerca dell’uomo, configurazione del bisogno di amare (oltre che di essere amati), si inserisce perfettamente entro tale limite.
La conclusione felliniana, trasposta da un’ambientazione naturalista originaria a quella postmoderna di un centro commerciale (?), chiude quello che comunque può essere considerato un buon ritorno al grande schermo di Renato De Maria.

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