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Moore ai tempi di Reagan

Moore ai tempi di Reagan


Rivisto oggi, dopo il successo planetario di Bowling for Columbine (2002), Roger & me contiene già in sé l’inconfondibile stile documentaristico di Michael Moore, qui al suo esordio. A livello di contenuti, troviamo l’uso di una forte dose di ironia al vetriolo per smascherare le ingiustizie generate dal sistema americano e la spesso disarmante superficialità e irresponsabilità dei suoi cittadini (vedi la festa organizzata nel carcere, incredibile…). Mentre, a livello di genere documentaristico (vedi approfondimento Generi e modi del documentario), c’è già il Moore indagatore indomito che si sposta da uno scenario all’altro, sempre seguito dal suo operatore con macchina a spalla: un osservatore partecipante, anche perché Flint è la sua cittadina natale.

In Roger & Me la figura del regista è però meno invasiva rispetto a Bowling for Columbine, Moore lascia più spazio alle persone, alle loro parole, e agli avvenimenti che accadono. Forse perché qui, più che ad un’inchiesta giornalistica, siamo di fronte ad un viaggio nel profondo della provincia americana. La missione di Moore, ovvero il tentativo d’intervistare Roger Smith, diventa infatti, nel corso del documentario un pretesto per mostrarci un paese che sembra allo sbando, dove ad anziane signore che giocano a golf e si gustano i piccoli piaceri della vita, si alternano famiglie sfrattate nel giorno della vigilia di Natale.
Moore si diverte a smascherare l’ipocrisia di personaggi noti (in questo caso Pat Boone, un famoso cantante, fa un po’ la stessa figura che fa Charlton Eston in Bowling for Columbine) e poi lascia che i drammi sociali si dispieghino di fronte alla macchina da presa. Ne esce un ritratto desolante di un’America squallida, a volte tragicomica.

Moore è poi molto abile a mescolare immagini diverse tra loro per epoca e provenienza: filmati d’archivio sull’America degli anni 50 e immagini tratte dai media s’inseriscono continuamente nel corso dell’inchiesta. Questi inserti, molto utilizzati anche in Bowling for Columbine, hanno da un lato un fine narrativo (ci mostrano come i media raccontavano e raccontano il paese) e dall’altro un fine espressivo (alzano il ritmo della narrazione, la movimentano).
Il documentario è tutto giocato sul contrasto, sia a livello tematico che stilistico, condizione peculiare di un paese come l’America, che qui ci appare da un lato poverissima e totalmente priva della sua dignità (l’allevatrice di conigli è una figura emblematica ed agghiacciante) e dall’altro cieca, arroccata sulle finte illusioni dell’america dream. La sequenza finale con il montaggio alternato fra il discorso di Natale di Smith e lo sfratto della famiglia di un operaio, ha, da questo punto di vista, una forza ed un’efficacia incredibili.

Il rischio è forse quello di essere troppo radicali, di mostrare solo i lati più estremi di una realtà che ha molte più sfaccettature, ma quando si tratta di denunciare soprusi ed ingiustizie, veniamo tranquillamente a patti con Moore, e accettiamo appieno il suo sguardo dissacrante.

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