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Licenza di uccidere nella Città di Dio

Licenza di uccidere nella Città di Dio

Sono sufficienti pochi e veloci fotogrammi che raccontano, alternati ai titoli di testa, la cruenta “fine” di una gallina per catapultarci bruscamente dentro una storia il cui ritmo non rallenterà più fino all’epilogo. La pellicola procede, divisa in capitoli introdotti da didascalie, attraverso il ciclico alternarsi di flash back che “rincorrono” la voice over del narratore Buscapè, uno dei tanti coprotagonisti del film. Guidato dai ricordi del ragazzo lo spettatore si inoltra in una visita all’interno della Città di Dio. Essendo Buscapè un aspirante fotografo, il racconto coincide con la sua memoria visiva che la regia, giocando con il tempo, asseconda “dipingendo” gli anni 60’ con toni ocra, gli anni 70’ con tinte accese e sgranate e il presente con colori realistici. La favela è composta da infiniti caseggiati tutti uguali dalle sembianze di una trappola priva dei servizi essenziali dove i vari Cabeleira, Marreco, Galinha e i tanti bambini randagi sognano di bruciare, come il novello “Scarface” Ze Pequeno, le tappe della carriera di spacciatore, dal grado di sentinella a quello di gerente di una tana. Ad eccezione dei quasi incidentali accenni a problematiche sociali come il licenziamento di Buscapè per giusta causa!, l’uomo dal nome emblematico di Zio Sam che spaccia armi per conto della polizia corrotta e uno sguardo divertito al mondo Hippy attraverso il personaggio di Benè, il film si concentra, nella migliore tradizione del gangster movie, sulla spietata guerra tra bande per la conquista del potere. Inevitabile quindi il confronto con il recente “Gangs of New York” di Martin Scorzese; allo stile spettacolare ed avvolgente del regista di Little Italy, Meirelles contrappone un montaggio frenetico e convulso da “videoclip” e alla violenza funzionale alla sacra missione della nascita di una nazione, spargimenti di sangue privi di ogni risvolto epico. Efficacissima la sequenza in cui tutti i ragazzini della Cidade, accostati in un serrato montaggio di brevissime inquadrature, dichiarano, sguardo in macchina, i futili motivi per cui vogliono entrare a far parte delle bande. La Bossanova, regina della colonna sonora, contribuisce a dare all’orgiadi violenza (il film è vietato ai minori di 14 anni) un tocco di leggerezza e ironia in un mondo beffardo dove i banditi hanno nomi come “Il trio tenerezza” e “Angelica” è la ragazza sognata da Buscapè. La regia è carica di virtuosismi: primi piani “inclinati”, immagini in splitscreen con porzioni di inquadratura diseguali, improvvise accelerazioni, fino alla soggettiva di una gallina. Il gioco, prosegue con la continua variazione della messa a fuoco di dettagli e particolari e la steadycam che con rapide carrellate e molti “schiaffi” tenta di definire i confini dello spazio scenico ha l’effetto di amplificare la sensazione di vagare in un labirinto senza uscita simile alla periferia di Parigi che diventò set per “L’odio” (Mathieu Kassovitz, 1995). L’eccessiva attenzione alla “confezione” sottintende una dichiarazione di intenti anti-intellettuale del regista che considera la visione “artistica” della criminalità il solo modo per destare l’interesse di chi vive fuori da certe realtà. “City of God”, tratto dal romanzo di Paulo Lins (in Italia edizioni Einaudi); pluripremiato in America Latina e in concorso al Festival di Cannes 2002, arriva in Italia accompagnato dalle polemiche di chi lo accusa di mostrare la facile immagine delle favelas come luogo di violenza e povertà dove non c’è posto per speranza e riscatto in contrasto con lo spirito e i programmi del nuovo corso politico del Presidente Lula. Meirelles, che ha dovuto sottoporre la sceneggiatura all’assenso di un boss tuttora in carcere, sembra correre in maniera consapevole il rischio di cadere negli stereotipi di genere ma, a parte qualche compiacimento di troppo nell’emulazione dei maestri americani (Peckinpah, Stone, Tarantino.…) nell’esaltazione dell’iperviolenza che rende la “visita” alla cidade troppo turistica, nella retina di chi ha assistito al film resteranno a lungo impresse le infinite e folgoranti istantanee di una tragedia.

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